L'antropologa Katja Hrobat Virgolet racconta l'esodo di chi è rimasto in Istria

L'antropologa Katja Hrobat Virgolet racconta l'esodo di chi è rimasto in Istria

IL VOLUME

L'antropologa Katja Hrobat Virgolet racconta l'esodo di chi è rimasto in Istria

Di Eliana Mogorovich • Pubblicato il 30 Mag 2026
Copertina per L'antropologa Katja Hrobat Virgolet racconta l'esodo di chi è rimasto in Istria

Presentato a èStoria il saggio che raccoglie oltre cinquanta testimonianze di coloro che non hanno scelto la 'migrazione post bellica'. «Non sarà possibile creare una memoria collettiva ma si può senz’altro riconoscere la memoria dell’altro»

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“Esodo. Il silenzio di chi resta” di Katja Hrobat Virgolet va a colmare un vuoto finora taciuto nella storia delle nostre terre. Il volume presentato questo pomeriggio al Trgovski Dom nell’ambito del progetto “Estensioni. Dentro le letterature di confine” a cura dell’Associazione culturale Bottega Errante si propone per la prima volta di dare voce a chi ha deciso, per le ragioni più disparate, di restare.

Nata a Capodistria, l’antropologa presentata da Barbara Sturmar di fronte a una sala gremita, ha avviato le proprie ricerche circa quindici anni fa raccogliendo decine di testimonianze che poi ha selezionato per inserirle nel volume. «Ho affrontato l’argomento quando era un tabù totale. Abbiamo ascoltato molte cose relative alla parte italiana perché vediamo la televisione d’oltre confine, ma mai era stata trattata questa parte della vicenda».

«Mi interessavano le emozioni e come è percepito dalle persone questo passaggio difficile da tutte le persone che vivono in Istria» ha spiegato l’antropologa che ha deciso di mantenere coraggiosamente la parola esodo, un vocabolo che in Slovenia ancora oggi è sostituito da “migrazioni post belliche” o “opzioni”.

«Nelle sue narrazioni nazionali, l’ esodo è presentato in bianco e nero mentre ci sono centinaia di memorie ed è per questo che ho voluto mostrare la complessità degli italiani rimasti, degli sloveni e dei croati. L’Istria era considerata il selvaggio west: per dieci anni non si è saputo a chi appartenesse e dopo il 1954 le autorità pagavano per far arrivare persone nelle città svuotate».

Molti gli stereotipi rilevati dall’autrice nel suo lavoro, tutti persistenti come quelli che vedono gli sloveni associati all’antifascismo e, di contro, gli italiani indiscriminatamente simpatizzanti del regime fascista o, ancora, gli italiani civilizzati e l’entroterra slavo barbaro.
«La maggior parte dei conflitti in questi luoghi arriva non da cattiveria ma da ignoranza. I rimasti sono stati dimenticati dallo Stato italiano, considerati traditori ma il problema è stata la violenza di entrambi gli stati nazionali che hanno voluto imporre una delle due nazionalità».

L’analisi di Hrobat Virgolet giunge all’amara constatazione che tanto gli esuli quanto i rimasti hanno perso le proprie radici, la propria lingua e tradizioni. «Come dimostrato dalla Capitale Europea della Cultura, ormai è arrivato il momento di ascoltarci a vicenda. Non sarà possibile creare una memoria collettiva ma si può senz’altro riconoscere la memoria dell’altro».

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