l'intervista
Andrée Ruth Shammah porta Molière al Verdi: «Il 'Misantropo' parla agli eccessi di oggi»
La regista debutta a Gorizia il primo aprile con una lettura moderna del classico, tra amore assoluto, fanatismi e memoria della Milano teatrale degli anni Settanta.
Alla soglia di ottant’anni, il primo aprile la regista Andrée Ruth Shammah porterà al Verdi di Gorizia “Il Misantropo”, una delle commedie più amare e moderne del teatro molieriano. Dopo aver esordito in giovinezza come attrice, proseguì la regia al fianco di Giorgio Strehler e Paolo Grassi, per poi fondare con Franco Parenti il Salone Pier Lombardo e firmare oltre un centinaio di spettacoli. Restia alle interviste, Shammah si è concessa alla nostra redazione raccontando la Milano degli anni Settanta e la stilistica della produzione targata Franco Parenti.
Una commedia che mette in luce l’antitesi fra autenticità e ipocrisia, che nonostante appartenga al Seicento riflette la costante inquietudine dell’umanità. Chi è oggi, “il misantropo”? Rappresenta due cose: da un lato Molière mette in guardia dagli eccessi di moralismo, dall’altro intende anche che si rida di quest’eccesso. Ad affiorare è inoltre l’attacco al fanatismo delle posizioni odierne, in cui si sta perdendo il senso della misura. D’altro canto, siccome si parla anche di amore – oltre che di corruzione, ipocrisia, etc. – sostanzialmente si affronta il rapporto amoroso inteso come assoluto, dove il pericolo è che si trasformi in gelosia morbosa come sempre più spesso accade, sfociando nel femminicidio. Per cui ritengo che l’elemento interessante di quest’opera sia l’eccesso, costituendo un importante allarme della situazione attuale.
È il 1973 quando inauguri il Salone Pier Lombardo con la tua prima regia, “L’Ambleto” del grande Testori. Prima ancora, sei stata assistente di Giorgio Streheler e Paolo Grassi, lavorando anche alla Scala. Che tipo di sodalizio è stato e com’era, quella Milano tanto fertile e stimolante? Potrei impiegare un’ora per rispondere, ma sintetizzo ammettendo che oggi le persone sono in sé “progetto”. Allora mi ritrovavo in un’epoca in cui si credeva nei progetti e i progetti ti contenevano, non so se è una sintesi sufficientemente chiara. Le persone avevano il sentimento di un impegno: c’era l’intellettuale organico, la gente che si rimboccava le maniche per una comunità aggregata intorno alle idee, al confronto o al dibattito. In questo senso mi ritengo fortunata, in quanto al di là di chi stava a Milano, ho conosciuto e frequentato tutti i grandi del teatro. La sera dopo lo spettacolo si mangiava assieme e si discuteva di teatro, mentre oggi non si parla più né di questo né di cultura o del progetto in sé, quanto di persone, di ciò che si ottiene. Credo che il livello del dibattito si sia molto impoverito e manchi il contesto per discutere di argomenti alti.
Com’era Testori? Per me fu un grande incontro, mi venne presentato da mio padre, il quale sapeva bene che ero votata al teatro. Andai a prendere il caffè da lui e da allora divenne un rituale quotidiano. Affrontavamo qualsiasi argomento, e fu una presenza molto forte nella mia vita: così diverso dagli altri, in grado di offrirmi tutto quel bagaglio che non avrei potuto ottenere dai teatranti “puri”. Domandava come stessero i miei genitori, mi parlava di mio figlio, ma fu l’unica persona con la quale ci si dava del “lei”. In ambito drammaturgico aveva una grande generosità: scriveva, si poteva tagliare tutto, ti mandava cento pagine per accettare di lasciarne tre. Era il contrario della stitichezza attuale, dove si discute sul taglio di una parola: Testori ne scriveva cento, magari se ne poteva scegliere sessanta senza problemi.
Tu provieni da una famiglia fuggita da Aleppo. Che ricordi hai della tua infanzia, e con quale sguardo osservi questa frattura fra Oriente e Occidente? Questa è una domanda molto faticosa, anche se forse mi ha reso un vantaggio, lasciandomi estranea alla realtà in cui mi ritrovavo e alle sue contraddizioni. Ebrea in una scuola cattolica, di nazionalità e cultura francese, frequentavo una scuola francese pur vivendo a Milano. E questa multiculturalità mi ha salvaguardato, assicurandomi una vecchiaia abbastanza equilibrata e serena. Però è stato faticoso, mettere assieme queste culture e ritrovarsi in una famiglia di arabi ebrei. Anzi, molto complicato.
Tornando alla drammaturgia di Molière: su questa pièce hai svolto un lavoro filologico insieme a Luca Micheletti – l’Alceste della prima edizione – e Valerio Magrelli: si tratta di uno scavo semantico per mettere a nudo la parola? No, ho assecondato innanzitutto la volontà di parlare in versi. È stato un lavoro straordinario in cui cambiavo una frase alla ricerca di un sentimento moderno: senza usare le parole dell’attualità, ma cercando la modernità insita nel francese. Essendo intrisa di quella cultura - ho ricevuto anche la Légion d’honneur per aver proposto sempre Marivaux, Giraudoux, Molière e altri autori francesi – intuivo che si potesse tradurre in una maniera più moderna, ma non riuscivo a mettere in fila i settenari. Quando Magrelli ci mandò la prima traduzione apportammo delle correzioni, per parlare ad esempio del re come dell’uomo di potere, piuttosto che del re in quanto epoca. Perché a seconda di quali aggettivi o parole si utilizzano, il sovrano può diventare simbolo oppure rappresentare quell’epoca. Noi lavorammo su come le parole potessero avere delle risonanze oggi, senza però tradire la traduzione originale.
Gli attori entrano in scena prima ancora d’iniziare, come nel teatro nel teatro. È una sorta di “Misantropo alla prova”, oppure la contaminazione riguarda solo l’incipit? No, riguarda solo l’incipit: da una parte è una citazione nostra, con la locandina di un “Misantropo” che Franco (Parenti, ndr) aveva già impersonato e una maschera vestita come quelle del nostro teatro, impegnata a riassettare lo scenario. La scena era nata in una sala prove del teatro Franco Parenti, così ho riprodotto quel pezzo di sala, quella che noi chiamiamo “la palazzina”, riportata sul palcoscenico. E dunque c’è una citazione autentica di com’è nata per me e per noi. Ma soprattutto questa è la commedia secondo me più autobiografica di Molière insieme a “Il malato”(immaginario, ndr), dove lui tossisce e muore. All’inizio rappresento Molière arrabbiato, seduto, mentre entra la sua compagnia che sta per recitare ne “Il misantropo”. Molière è Alceste, e la moglie è Madame, con una compagnia che non è ancora tutta in costume, con una verità, se vogliamo. Il dialogo è serrato, aperto alla compagnia che al contempo diviene un po’ anche pubblico. Una modalità per non chiudere la commedia all’interno del palcoscenico, ma aprirla sia dentro la compagnia sia al pubblico. Perché all’inizio sono presenti tutti gli argomenti di base della commedia: la posizione di Alceste nei confronti dell’ipocrisia, dell’amicizia e dell’amore, che poi sono i temi della vita stessa di Molière.
Alceste confessa a Celimène di volerla tutta per sé, intimandole di stare lontano da tutti: è un Alceste precursore degli stalker e di quegli uomini ai quali le emozioni sfuggono di mano? Be’, direi di sì. Diciamo che partendo da quel sentimento molto comprensibile, ancora una volta un suo eccesso porta a un disastro. Molière ha sempre personaggi equilibrati come i Philinte o gli Éliante, e non è sbagliato il sentimento in se stesso: è che porta alle estreme conseguenze il pericolo.
Alceste è Fausto Cabra, che indossa abiti scuri contrastando con gli altri personaggi raffigurati in vivaci colori primaverili. È una simbologia che s’incarna letteralmente sui protagonisti, “cucita su misura” per ciascuno? Per Cabra sicuramente: Alceste era nero con i fiocchi verdi, come si dice che fosse Molière: “L’homme avec un ruban vert” era Molière. Alla fine si dice: “L’uomo con il nastro verde”, lui ne ha qualcuno sugli stivali. L’idea che tutti abbiano la stessa foggia l’abbiamo affrontata con la Buzzi (costumista, ndr): i colori cambiano a seconda di come immaginavamo il personaggio. Per me Arsinoe è molto erotica ed è raffigurata in oro, Éliante rappresenta la purezza con il turchese, mentre Célimène indossa un verde brillante perché è molto energetica, giovanile e per niente ovvia. L’uomo color melanzana è invece Oronte, dove il viola rappresenta il potere e la chiesa. Però i costumi hanno tutti la stessa foggia, a parte quello di Alceste.
Alceste è un nevrotico in preda a pulsioni opposte: in tal senso, hai scelto d’indagare il personaggio anche in chiave psicoanalitica? Ritengo che il protagonista sia talmente potente, che scavando nei pensieri la chiave psicoanalitica sia insita nelle parole. Comunque, non ho cercato quel tipo di chiave; piuttosto, ho tentato di far emergere i pensieri con una dizione chiara, caratteristica del teatro Franco Parenti che io stessa ho ereditato da Franco. Mi piace rivendicare la nostra scelta stilistica: esprimere ciò in cui si crede evitando di stravolgere i testi per dire qualcosa di diverso da quanto il testo dice, o sovrapporre la regia con le proprie intenzioni. Da quando ho portato in scena Testori ho iniziato a scrivere le note di regia in questa direzione. Non la considero una “non regia”, al contrario: è un di più, e con gli anni mi rendo conto di quanto sia difficile ottenerlo. Tant’è che di testi teatrali classici, scritti lasciando il testo così com’è e cercando di renderli moderni perché lo sono - che sia Molière, Čhecov o Goldoni - credo che in tutt’Italia non ce ne siano. Sembra una rinuncia, ma è molto più complesso, per questo ho atteso di essere matura per metterlo in scena, da giovane non ne sarei stata in grado. Ci vuole molta esperienza, per rinunciare a mostrare ciò di cui sei capace.
Tu hai insegnato anche alla Cattolica di Milano. Come hai trovato l’ambito accademico? No, non ho insegnato, sono stata solo invitata qualche volta da Andrea Kerbaker, ottenendo un grande riscontro: erano diverse, le ragazze appassionate, pochissimi gli uomini. Mi piacerebbe insegnare ancora, avere più tempo a disposizione. Noi stessi offriamo alcuni corsi, curati da una mia collaboratrice. Vorrei poter tenere delle lezioni in cui ciò che si pensa e dice possa essere molto più vicino di quanto sembri. Se penso alle ansie, alle ferite, alle angosce o alle inquietudini dall’alto dei miei 78 anni (fra poco ne avrò 80), oggi posso dirmi tranquilla, perché sono convinta di essere nell’animo ciò di cui mi occupo, che sono e che penso. E questo vorrei insegnare, alle persone, attraverso il teatro. Che è finzione e in quanto tale è più verità della verità.
Foto di Asia Ludovica Serpe.
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