L'INTERVISTA
Amidei, al conduttore radiofonico Franco Dassisti il Premio alla Cultura Cinematografica
«Bisogna insegnare ai ragazzi che andare al cinema, oggi, è un atto estremamente rivoluzionario». Il riconoscimento verrà assegnato nella serata di venerdì 17.
Come nel celebre film di Woody Allen il cui titolo è richiamato da quello della trasmissione radiofonica di Radio24, “La Rosa purpurea” intende abbattere il confine di celluloide fra il grande schermo e il pubblico, avvicinandoli sempre di più. In entrambi i casi, con l’obiettivo di “rinfrescare” la quotidianità, più o meno grigia che sia, riscoprendo la bellezza dell’andare al cinema. Lo spiega chiaramente Franco Dassisti, conduttore della citata trasmissione radiofonica che, oltre a essere protagonista di un incontro con il pubblico al Kinemax nel primo pomeriggio di venerdì 17 luglio, nella stessa serata verrà insignito del Premio Amidei alla cultura cinematografica. Gli abbiamo rivolto alcune domande su cosa significhi andare al cinema in tempi dominati dalle piattaforme televisive.
Lei è un critico cinematografico presente a Radio24 da diversi decenni: come mai il programma è passato da chiamarsi "Grande schermo" a richiamare il celebre film di Woody Allen "La rosa purpurea del Cairo"?
Sono a Radio24 dal 1999 e questo è uno dei programmi più vecchi, di quelli che c’erano dalla prima settimana della radio. Si chiamava “Grande schermo”, poi dopo circa otto anni c’è stato un breve intervallo in cui il programma è passato a quotidiano e in quel momento è diventato “La rosa purpurea” per volere dell’ex direttore Giancarlo Santalmassi. Quando è tornato, dopo pochi mesi, a essere il programma settimanale di cinema del sabato, ha mantenuto quel nome che è particolarmente calzante perchè riporta, del film di Woody Allen, il fatto di andare dentro e fuori lo schermo. Come gli attori del film, che balzano nella platea per parlare con il pubblico, anche noi in questi anni abbiamo cercato di essere il tramite per gli spettatori per ciò che accade sullo schermo.
Come è cambiato il cinema in questi anni?
Ciò che è cambiato sono le modalità di fruizione e il fatto che sono arrivate le piattaforme. Con l’avvento della banda larga e della possibilità di fruire di programmi in streaming, molti film – ed è importante distinguere fra cinema e film – sono anche disponibili anche da casa. Il cinema è però quello che si consuma in una sala grande e buia, nel silenzio, con la visione collettiva: questa è la casa del cinema, altrimenti sono prodotti audiovisivi che fruiamo sul divano fra mille distrazioni quotidiane. Noi a “La rosa purpurea” abbiamo sempre sottolineato l’importanza del cinema in sala perché è lì che si crea l’emozione: è su questo tasto che bisogna premere.
E il suo lavoro è cambiato?
Non moltissimo perché noi comunque siamo dei mediatori fra l’opera cinematografica e il pubblico, raccontiamo quello che riteniamo essere il valore di un’opera, cosa la fa diventare un lavoro importante e cosa no, poi ovviamente deve essere l’ascoltatore a fidarsi di noi o di altri e valutare, se seguire questi gusti e provare ad andare in sala. Noi da sempre alla radio usiamo molto i sonori, cerchiamo di far vivere il cinema nella suggestione e il generatore di immagini più bello è il nostro cervello. Questo binomio di due mezzi che hanno più di un secolo come la radio e il cinema, che si trovano insieme per raggiungere quella “centralina” dello spettatore che illumina e fa partire le immagini da solo è forse una delle esperienze più incredibili del nostro mestiere.
Cosa si è trasformato nell'approccio del pubblico al grande schermo?
Senz’altro il fatto che siamo diventati un po’ più pigri. Per questo dico che la battaglia culturale più importante, soprattutto con giovani e giovanissimi, è quella di dire che l’esperienza del cinema è una cosa unica un po’ come l’esperienza del teatro. Si può dire “ma il film lo vedo anche a casa”: certo, ma non puoi vivere il cinema nello stesso modo in cui è stato pensato da chi lo ha girato, interpretato… L’unica è insegnare ai ragazzi che andare al cinema, oggi, è un atto estremamente rivoluzionario: uscire dalla comfort zone di casa, vestirsi, andare a cercare il cinema e vivere insieme quell’esperienza collettiva.
Lei usa un mezzo sostanzialmente del passato per parlare di un mezzo altrettanto del passato: non teme di essere etichettato come boomer?
(Ride) Guarda, si tratta di qualcosa che mi interessa veramente meno di zero. Dopo cento e rotti anni, due mezzi del passato come la radio e il cinema sono ancora qui a far la barba a tutti mentre altri sono scomparsi dopo un batter d’occhio. Ciò che mi interessa è che la gente vada al cinema, lo apprezzi, magari sbagli anche qualche film ma capisca che è quello il posto in cui il cinema diventa Cinema.
Il premio Amidei è dedicato alla sceneggiatura: qual è secondo lei il suo ruolo nella riuscita di un film?
La sceneggiatura è uno dei cuori pulsanti di un film, difficile tirare fuori un buon film da una sceneggiatura sbagliata anche se hai il miglior regista, i migliori attori, il miglior montatore: si può fare il miracolo di aggiustarlo un po’, ma non può nascere un capolavoro. Il film è un prodotto di filiera, cambia cento volte da quando viene scritto e cambia anche quando lo spettatore lo vede perché i registi finali siamo noi che riteniamo di farci la nostra sceneggiatura di quel film.
Come può rimanere attrattivo il cinema in tempi di piattaforme e di una soglia dell'attenzione sempre più ridotta?
È la grande battaglia del presente: non ho delle risposte pronte. Quello che cerchiamo di fare noi con “La rosa purpurea” è incentivare la gente a entrare in sala. Non dividiamo fra film piccoli, grandi, blockbuster, cinema d’autore: non ci interessa solo un tipo di cinema. Ci sono grandi produzioni americane che sono fondamentali perché portano tanti giovani: è quello che è successo con “Oppenheimer”, la poderosa opera di Christopher Nolan sulla bomba atomica che ha portato tantissimi under 30 in sala per il grande fascino che aveva e spero che questa cosa si possa ripetere con l’imminente “Odissea” sempre di Nolan. Importante è che il cinema possa esercitare sempre un’attrazione sui giovani, facendo entrare pubblico in sala anche a costo di sbagliare film: è necessario che si torni a uscire, prendendosi qualche ora per andare al cinema anziché subirlo in casa.
Per lei cos'era il cinema e cos'è adesso?
Un grande amore: vedo film da quando mi ci portava mio nonno nelle estati pugliesi per vedere i peplum, i western, “Tarzan” o i film di settima visione che venivano proiettati all’aperto: magari si entrava con il film già iniziato e il primo tempo lo si vedeva dopo. Poi a Milano nella mia infanzia ci sono stati i film di terza visione, Bud Spencer, i film di karate con Bruce Lee. È sempre stato una grande fascinazione perchè la situazione di vedere il film con gli altri, seduti in quelle grandi poltrone con questo schermo enorme è un’emozione irripetibile che non si può provare a casa. Il cinema è diventato poi un amore d’autore, è diventato i primi festival da seguire, scoprire un cinema che lascia a bocca aperta perché fa le cose in maniera totalmente diversa da quella vista nei mainstream fino allora. Poi piano piano è diventato il mio lavoro ma rimane sempre un grande amore, in assoluto il modo migliore per passare due ore della propria vita.
Foto Premio Amidei
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