L'INTERVISTA
Alessandro Maran inaugura 'Ucraina Nostra' a Mossa: «Non si sottovalutino le conseguenze dell'intervento militare russo»
Gli scatti del fotografo Kostyantin Bobryshev in mostra da sabato 20 giugno nell'atrio del municipio. Il commento dell'ex parlamentare e scrittore gradese sul logorante conflitto.
Sabato 20 giugno alle ore 11, nell'atrio del Municipio di via XXIV Maggio 59, sarà inaugurata la mostra fotografica internazionale "Ucraina Nostra. Granaio d'Europa, Terra di conquista", giunta alla nona tappa del suo percorso itinerante. L'esposizione, patrocinata dal Comune di Mossa e dalle Regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto, racconta l'Ucraina attraverso gli scatti del fotografo Kostyantin Bobryshev, vincitore del Gran Prix al Life Press Photo 2025. All'inaugurazione sarà presente anche Alessandro Maran, scrittore ed ex parlamentare, che offrirà una riflessione sull'Ucraina contemporanea e sulle sfide dell'informazione legate al conflitto in corso.
1. Dove affondano le radici della spinta espansionistica della Russia che vuole riappropriarsi dell'Ucraina, a partire dal 2014 con l'annessione della Crimea?
Putin è un nostalgico imperiale. Qualche anno fa, in un infervorato discorso rivolto ai giovani imprenditori russi, il capo del Cremlino si è paragonato addirittura allo zar Pietro il Grande: “A noi è toccato in sorte fare quello che ha fatto lui”, e cioè “riportare indietro le terre russe e consolidarle”. E la sua visione di un’Ucraina completamente assoggettata nasce proprio dall’incapacità di “accettare” la perdita dell’impero. Lo ha spiegato benissimo l’ambasciatore del Kenya alle Nazioni Unite, Martin Kimani, che al Consiglio di sicurezza, il primo giorno dell’invasione, ha pronunciato un discorso contro l’aggressione russa che è diventato virale. Il fatto poi che l’Ucraina voglia essere qualcos’altro dalla Russia, una democrazia in stile occidentale, integrata nelle istituzioni occidentali, per Putin rappresenta una sfida ideologica del tutto inaccettabile. L’Ucraina, in quanto paese culturalmente vicino alla Russia, non può diventare una democrazia o uno stato di diritto completo. Se fosse così, il contagio rischierebbe di arrivare fino a Mosca. La rivoluzione pro democrazia, antioligarchica e anticorruzione del 2014, è stata particolarmente terrificante per il Cremlino: i giovani ucraini, ispirati dagli stessi ideali che Putin odia in patria e cerca di ribaltare all’estero, cantavano slogan anticorruzione, proprio come faceva l’opposizione russa, e sventolavano bandiere dell’Unione europea.
2. Perché in Italia il dramma dell'invasione russa dell'Ucraina è così poco conosciuto e condiviso a livello di opinione pubblica?
La scarsa condivisione emotiva del conflitto dipende da molti fattori. La conoscenza limitata dell’Europa centro-orientale e della sua storia, erroneamente sovrapposta o ridotta a quella della Russia o al solo passato sovietico, è un’eredità della cortina di ferro e di un orientamento eurocentrico da sempre sbilanciato sulla “grande storia” occidentale. In aggiunta, l’Italia ha ospitato per decenni il più grande Partito Comunista dell'Europa occidentale. Il che ha radicato in una parte dell'opinione pubblica e degli intellettuali un sentimento di tradizionale diffidenza verso la NATO e gli Stati Uniti, portando a vedere la Russia come un naturale contrappeso geopolitico. Storicamente, inoltre, la politica estera italiana si è mossa come "ponte" tra l'Occidente e Mosca e questo approccio ha frenato lo sviluppo di una postura rigidamente antirussa nell’elettorato. Ci sono poi le responsabilità dell’informazione. Studi internazionali hanno evidenziato come i media televisivi italiani abbiano concesso uno spazio sproporzionato a opinionisti, ideologi e funzionari russi in nome del “pluralismo". Una dinamica che ha spesso equiparato la propaganda del Cremlino alle analisi dei fatti, alimentando un profondo disorientamento e scetticismo nell'opinione pubblica. Teorie del complotto e narrazioni distorte (come la colpevolizzazione dell'espansione della NATO o la svalutazione delle atrocità sul campo) hanno trovato terreno fertile sui social network e in segmenti trasversali della politica italiana. Per di più, una fetta consistente della popolazione, influenzata sia dal mondo cattolico che dalla sinistra radicale, interpreta il pacifismo come il rifiuto totale dell'invio di armi e della cobelligeranza, indipendentemente da chi sia l'aggredito e chi l’aggressore, Un rifiuto che si traduce in una forte opposizione agli aiuti militari per Kiev. In aggiunta, nonostante la condanna dell'invasione, molti italiani temono un'escalation nucleare o l'impatto economico o percepiscono il conflitto come congelato o irrisolvibile militarmente, distaccandosi emotivamente dal dramma umanitario.
3. Mentre per la Palestina, giustamente, si sono mosse le piazze, verso l'Ucraina c'è una diffidenza atavica. Nonostante che le badanti ucraine siano da decenni integrate e apprezzate. Ignoranza o disinformazione?
È in ballo, di nuovo, un mix di elementi. In Ucraina si scontrano due eserciti regolari statali. A Gaza l'opinione pubblica percepisce un'asimmetria devastante tra una potenza militare tecnologica e una popolazione civile priva di difese e vie di fuga. Le immagini di distruzione totale e l'altissimo numero di vittime civili a Gaza generano una risposta emotiva immediata, che spinge le persone a scendere in piazza. In più, in Ucraina la resistenza è supportata attivamente dall'invio di armi occidentali e per molti movimenti pacifisti storici italiani, questo fattore blocca la mobilitazione pro-Kiev, poiché la richiesta della piazza è il disarmo, non il sostegno militare. In Italia poi, il sostegno alla Palestina ha radici profonde che risalgono agli anni '70 e '80. Coinvolge storicamente la sinistra, il mondo cattolico e l'associazionismo. Esiste una rete di attivismo già strutturata e pronta a mobilitarsi. C’è, oltre a ciò, la postura anti-occidentale di chi legge la guerra in Ucraina attraverso la lente dell'anti-americanismo e dell'opposizione alla NATO. E come se non bastasse c’è la disinformazione e la propaganda. L'Ucraina è bersaglio di una massiccia operazione di disinformazione russa che mira a dipingere il Paese come "corrotto" o "guidato da fazioni estremiste". Questa propaganda sfrutta i dubbi economici dei cittadini europei legati a sanzioni e inflazione. Il fenomeno non è quindi dovuto solo a una mancanza di informazioni. Dipende da come le informazioni vengono filtrate dalle appartenenze politiche e dalle culture del nostro Paese.
4. Il Governo italiano non si è sottratto agli aiuti all'Ucraina, sia militari che generici. Ma c'è chi rema contro dentro la coalizione. E così pure all'opposizione. Che lettura dà di queste posizioni che mettono insieme forze diverse?
Il governo italiano ha confermato il proprio supporto militare all’Ucraina, ed è quel che più conta. Il dibattito politico italiano sugli aiuti all'Ucraina riflette, come spesso succede, una profonda asimmetria tra la stabilità formale della linea atlantista dell'esecutivo e la ricerca di posizionamento elettorale da parte delle diverse forze. Anche le convergenze trasversali (che uniscono frange della maggioranza come esponenti della Lega e forze di opposizione come il Movimento 5 Stelle) non esprimono una visione unitaria, ma riflettono una miscela di calcolo politico ed eterogenee anime ideologiche. All'interno della coalizione di governo, la reticenza o l'enfasi su definizioni diverse (come la preferenza per "materiali generici" invece di "aiuti militari") rispondono all'esigenza di marcare la propria identità politica e intercettare un elettorato scettico rispetto al prolungamento del conflitto; all'opposizione, le posizioni contrarie agli armamenti sono spesso radicate in un'impostazione pacifista o critiche sulla gestione delle priorità di spesa nazionale ed europea. È la malattia intrinseca del bipolarismo italiano. Sia a destra che a sinistra ci sono forze europeiste che si affiancano a forze anti occidentali e anti europee, con l’unico risultato di dover sempre accettare compromessi al ribasso.
5. La Mostra "Ucraina Nostra", nata proprio per far conoscere la realtà ucraina prima e durante l'invasione, ha incontrato molte difficoltà. Generate da politici 'disinformati' o pavidi, ma anche dalle stesse ucraine in Italia da decenni. È perché, come scrive lei, "non vogliamo la pace, vogliamo essere lasciati in pace”?
Le difficoltà incontrate da iniziative culturali come la mostra fotografica internazionale “Ucraina Nostra” nascono proprio dalle diverse sfumature e interpretazioni con cui la complessa realtà ucraina viene percepita in Italia. Per chi ha vissuto direttamente l'invasione del 2022 o mantiene legami diretti con i territori colpiti, mostrare la cruda realtà della guerra e l'identità pre-conflitto è un atto di resistenza culturale e di testimonianza storica essenziale. In quest'ottica, la "pace" non può prescindere dalla giustizia e dal ripristino della propria integrità. Una parte della comunità storica stabilitisi in Italia da decenni può manifestare invece il desiderio di tutelare la propria quotidianità e integrazione, temendo che un'eccessiva polarizzazione o l'esposizione costante al trauma del conflitto possano alimentare tensioni o pregiudizi a livello locale. La reazione della politica e dell'opinione pubblica italiana è simile. Da un lato vi sono settori politici e sociali che sostengono attivamente la divulgazione e la solidarietà geopolitica. Dall'altro, si registrano resistenze dettate dalla stanchezza dell'opinione pubblica verso il conflitto, dal timore di alimentare la propaganda o dalla ricerca di una neutralità diplomatica che, talvolta, si traduce in disinformazione o in decisioni prudenti per evitare controversie a livello locale. Vogliamo, appunto, essere lasciati in pace. Ma non si può cedere alla violenza in Europa. L’Ucraina è la questione più importante del nostro tempo, del nostro presente e del nostro futuro (per non parlare del presente e del futuro degli ucraini che si devono quotidianamente proteggere dalle bombe dei fanatici russi). Dal suo esito non dipendono solo i confini orientali europei, ma l'equilibrio democratico mondiale e la stabilità delle catene di approvvigionamento alimentare ed energetico globali.
6. La minaccia più grande in questo momento è che le autocrazie vogliano sopraffare le democrazie e che siano le logiche economico finanziarie a guidare questo disegno? Lei lo ha anticipato nel Suo volume...
Scrivevo infatti che la lotta delle democrazie contro le autocrazie non è un’ipotesi teorica. Non è infatti un mistero per nessuno che Russia e Cina (e diversi altri) stanno cercando di rimodellare il mondo a loro immagine e somiglianza e che la guerra in Ucraina fa parte di uno scontro più ampio che punta a ridimensionare il potere dell’Occidente per fare del mondo un posto più accogliente per i despoti. Come ripete Anne Applebaum, potremmo non voler competere con loro e neppure occuparci di loro, ma loro si occupano noi. Capiscono che il linguaggio della democrazia, della lotta alla corruzione e della giustizia è pericoloso per la loro forma di potere dispotico e sanno che quel linguaggio ha origine nel mondo democratico, il nostro mondo.
7. Secondo Lei l'Europa, forte delle proprie democrazie, deve puntare al riarmo almeno come deterrenza?
Se teniamo alla democrazia, se la consideriamo un valore, dobbiamo lottare per essa. Anche perché non esiste un ordine mondiale liberale naturale e non esistono regole senza qualcuno che le faccia rispettare. Se le democrazie non si difenderanno insieme, le forze dell’autocrazia le distruggeranno. Non si tratta di una lotta astratta. All’Europa tocca oggi scegliere se affidarsi alla speranza che qualcun altro risolva i problemi al suo posto o se assumersi la responsabilità di essere protagonista del proprio destino. Il riarmo e una politica della difesa comune sono perciò passi importanti verso una direzione obbligata. Ma è giunto il momento di discutere anche di come costruire un’Europa più politica, e di come convincere i cittadini che sono europei, prima ancora che italiani, francesi o tedeschi. E prima cominciamo, meglio è.
8. Esistono prospettive reali di chiudere un conflitto che sta durando più della Seconda Guerra Mondiale con perdite enormi da entrambe le parti e scarsissimi risultati per l’invasore?
Sul campo di battaglia, secondo gli analisti, Kiev ha ribaltato le sorti del conflitto. Inoltre sembra che la fiducia dell'élite e della popolazione russa in Vladimir Putin si stia incrinando vistosamente. Putin ha dunque nuove motivazioni per accettare un accordo di pace. Naturalmente, affinché ucraini ed europei accettino l'accordo, questo dovrebbe essere serio. L'Ucraina dovrebbe essere disposta a cedere territorio, ma i suoi nuovi confini devono essere difendibili. Ha bisogno di reali garanzie di sicurezza che la ancorino all'Occidente. La guerra non riguarda il Donbass. Riguarda la sovranità dell'Ucraina e la sua libertà di scegliere il proprio futuro. Le due teorie di vittoria di Putin si basavano sulla debolezza dell'Ucraina e sulla stanchezza dell'Occidente. Entrambe sono crollate.
9. La resilienza ucraina e gli aiuti hanno permesso di rafforzare la tecnologia per la difesa, e anche per l'attacco. Zelensky potrebbe 'vincere la guerra sul campo’?
Nonostante i progressi tecnologici, molti esperti internazionali descrivono il conflitto come una guerra di logoramento strutturale. Le ingenti perdite umane e materiali su entrambi i fronti, unite alla complessità delle linee fortificate sul campo, rendono una vittoria militare netta e unilaterale estremamente difficile da conseguire per ciascuna delle due parti senza un collasso interno dell'avversario o un mutamento radicale del supporto internazionale.
La Russia continua a bombardare le città ucraine con missili e droni. Ma la situazione si è invertita. L’Ucraina sta usando droni e missili a lungo raggio per colpire raffinerie, depositi di petrolio, aeroporti, siti radar e fabbriche militari all'interno della stessa Russia. Putin non può più contenere la guerra in Ucraina. Persino le celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca, nella Piazza Rossa, il mese scorso, sono state ridimensionate all'ombra dei droni ucraini. Tutto ciò non significa che l'Ucraina sia vicina a una facile vittoria. Tuttavia il fatto che l’Ucraina non stia perdendo, per la Russia è una sconfitta enorme. Una ragione cruciale di questo cambiamento è l’Europa. Forse il successo più sottovalutato di questa guerra è stata la capacità dell'Europa di intervenire dopo il ritiro degli Stati Uniti. Gli aiuti europei hanno ormai ampiamente compensato il crollo del sostegno americano a Kiev. Il pacchetto di prestiti UE da 90 miliardi di euro sta iniziando a muoversi, liberato dall'ostruzionismo di Viktor Orbán dopo la sua sconfitta in Ungheria. Gli europei hanno preso in mano le redini di questa guerra. La storia russa suggerisce che Putin dovrebbe essere preoccupato, non solo per l'andamento della guerra, ma anche per la sua stessa posizione. Le battute d'arresto militari russe hanno spesso portato a radicali cambiamenti di direzione politica a Mosca.
10. Il Suo libro "Nello specchio dell'Ucraina" è uscito per Nuovadimensione nel 2022, a pochi mesi dall'invasione russa in Ucraina. Nel frattempo gli USA hanno cambiato presidente e sono scoppiati altri conflitti di enorme portata. C'è qualche analisi che vorrebbe riscrivere?
Purtroppo, il libro con il quale ho cercato di catturare la nostra immagine riflessa nello specchio ucraino è ancora attuale. In Italia sono in molti a sottovalutare il significato e le conseguenze dell’intervento militare russo in Ucraina (e ora anche il ruolo di rottura assunto dall’America di Trump). Eppure, quella di Putin non è una guerra solo all’Ucraina che vuole diventare una democrazia europea integrata nelle istituzioni occidentali: è una guerra contro l’ordine mondiale creato nel secondo dopoguerra. L’obiettivo di Mosca e di Pechino è quello di ridefinire, a loro vantaggio, l’equilibrio tra gli attori. La guerra ha evidenziato infatti che l’Ue e la Russia rappresentano modelli di integrazione politica ed economica – di più: due universi – che collidono. La Russia persegue una politica neo‑hobbesiana nutrita da una narrazione conservatrice: cerca di accreditarsi come custode dei valori della tradizione in contrasto con l’Occidente che si erge a baluardo dei diritti individuali. Ma ciò significa il ritorno alla politica di potenza, alla condizione precedente alla seconda guerra mondiale, in cui il più forte si impone sul più debole e i despoti conquistano terreno. Putin non è un attore tra i tanti, è uno spettro del passato. Invadendo l’Ucraina, la Russia voleva dimostrare che i trattati sono privi di significato, le alleanze sono deboli e la forza bruta decide ancora il destino delle nazioni. Non c’è niente di nuovo in questa visione del mondo. Ma le nazioni più piccole ovunque dovrebbero rileggere il capitolo di Tucidide sul saccheggio di Melo e rabbrividire. Gli Ateniesi, rappresentanti della potenza egemone, dichiarano esplicitamente: «I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono». La giustizia, argomentano, conta solo tra eguali, mentre nelle relazioni internazionali la forza determina il giusto. Ecco perché bisogna continuare a sostenere la lotta ucraina, bisogna continuare a informare, ad aiutare e a tenere alto il dibattito pubblico sui pericoli dell’autoritarismo russo e sull’importanza degli aiuti militari a Kyjiv.
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