la presentazione
Ad Aquileia rivive la Wiener Werkstätte di Klimt e i suoi seguaci con gli abiti ideati da Roberta Calvo
La sfilata organizzata dal Centro Ricerche Turismo e Cultura di Gorizia ha restituito l’imperativo della bellezza nel vestire quotidiano.
Gatti che si azzuffano su pile di schizzi, liberi di girare fra cavalletti, pennelli e disegni spiegazzati senza che il maestro se ne curi. Uno di questi finì nello scatto del 1912, dove Gustav Klimt aggrotta la fronte abbracciando il suo amico felino. È stata presentata al pubblico giovedì 24 settembre - nella cornice della Cantina Vini Brojli di Aquileia - la sfilata di abiti “Wiener Werkstätte” organizzata dall’odv Centro Ricerche Turismo e Cultura di Gorizia. Una serata coronata da bollicine di calici e dolci con forme, geometrie e colori dell’”Officina Viennese”, realtà fondata dagli artisti Josef Hoffmann e Koloman Moser con il sostegno del finanziere Fritz Wärndorfer. Fra i costumi d’epoca, il celebre abito a pipistrello progettato da Moser per la stilista Emilie Flöge, una delle muse di Klimt. «Un abito stupendo – interviene la presidente del Centro Marina Bressan - ideato in maniera magistrale da Roberta Calvo», docente del liceo artistico “Max Fabiani” di Gorizia. «I tessuti per realizzare i vestiti provengono dagli Stati Uniti – specifica Calvo – e per realizzare i pezzi è necessario uno studio accurato delle geometrie e del modello». A sfilare all’inizio del nuovo autunno sono stati Sofia Buonocore, Emma Sandrigo, Ginevra Leo, Luigi Ferlino, Nicola Tamburin e Anna Dallan. Mentre l’abito in questione è un “Gartenkleid”, una tunica da giardino progettata nel 1908, la cui peculiarità riguarda il disegno della stoffa: quadri uniti uno accanto all’altro a originare delle righe. «È un modello che ho lasciato in prestito alla Gustav Klimt Foundation per diverso tempo – rimarca Bressan - ospitato a ogni mostra di Klimt, che nessuno è mai riuscito a copiare. E nonostante l’insistenza del direttore della Fondazione, Roberta non ha voluto realizzarne un altro. Perché è un’opera irripetibile, stupenda nel suo genere».
Un abito disegnato a inizio Novecento, cinque anni dopo la fondazione della Wiener Werkstätte, che rappresentò l’evoluzione del Ver Sacrum, quell’ideale di opera d’arte totale frutto della collaborazione fra artisti e letterati. «Fu la concretizzazione nel quotidiano – spiega – del Ver Sacrum fondato da Klimt». Obiettivo dell’ideologia estetica, quella di permeare la quotidianità con la bellezza: «Di qui – prosegue - la realizzazione di un’oggettistica che va dalle posate ai mobili, vasi, tappezzeria, gioielli, e persino all’abito». Che si modella sulla figura femminile fino a metterne in luce la forza e il carattere: «L’ abito rappresenta l’affermazione della donna nella Vienna a cavallo del secolo, quel potere già presente nell’arte di Klimt». Che passa attraverso la liberazione dal corsetto per evidenziare la libertà della figura fino ad allora messa a tacere. «L’uso di questi abiti sciolti corrisponde allo star bene – precisa - perché la donna si sentiva ormai realizzata, finalmente non più soffocata dalla prepotenza maschile, né relegata al ruolo di supporto del marito, o a quello svilente di moglie e madre: imponendosi in tutta la sua indipendenza». Un abito che simboleggiava il coronamento dei movimenti femministi via via declinati in Germania, Francia, Inghilterra o Austria. «Quest’ultimo era un mondo a se stante – ricorda - soprattutto Vienna. Dove i movimenti femminili nascono relativamente tardi, rispetto alla Germania, o a quello delle suffragette inglesi e francesi.
Nacque con questo desiderio di riscatto, di sottrarsi all’egemonia e prepotenza maschile». Un tentativo di contrastare la teoria freudiana, che imperversava nella Vienna di fine secolo contrapponendo ‘fascinum’ e ‘tremendum’. Fu nel saggio “Il perturbante” che il padre della psicanalisi trattò l’ambivalenza della figura femminile, estrapolandola a sua volta dal teologo e storico delle religioni Rudolf Otto. Che nel 1917 coniò l’espressione “mysterium tremendum et fascinans” con un altro testo destinato a segnare la storia del pensiero occidentale. «Freud – ribadisce - non aveva una considerazione positiva della donna: per lui era caos. In questo senso, la mediazione dell’arte di Klimt riscattò la donna e le concesse il potere. Collaborando con questi movimenti, che più che femministi chiamerei femminili, in quanto non si trattava di una rivolta o una ribellione. Vienna allora non era la Berlino o la Londra, restava intrisa di melanconia soffusa». Movimenti femminili capeggiati da donne di estrazione sociale differente, che attraverso la formazione culturale raggiunsero l’emancipazione. «E questo è importantissimo – sottolinea - perché i corsi consentirono alla donna di sottrarsi all’egemonia maschile e intraprendere la carriera universitaria, che fino ad allora le era stata negata». Fu così che la scuola dell’arte si trasformò in scuola di arte applicata statale: «Il nostro liceo artistico, tanto per intenderci. Infondendo loro quelle competenze necessarie ad accedere al mondo del lavoro». Fra i docenti, i già citati Moser, Hoffmann e Klimt, grazie ai quali si affermarono come illustratrici di libri di favola, arredatrici, designer o allieve ai corsi di architettura.
«Tutte donne che lasciarono un’impronta indelebile nel campo dell’arte, fino ad allora prerogativa maschile». A compiere un passo ulteriore fu Klimt, interpretando l’universo femminile come proiezione della paura maschile, fino a tradurla in “Nuda Veritas”: «Che rappresenta la verità nuda e cruda, quella che i più non vogliono ascoltare – mentre la “Giuditta I” raffigura la donna con il suo erotismo e la prepotenza dello sguardo». Un’estetica che Klimt continua a plasmare e mediare nella realtà, progettando lui stesso abiti o gioielli nella Wiener Werkstätte: «Non erano particolarmente costosi. Certo – osserva - si trattava di creazioni uniche, ma erano d’argento e pietre non particolarmente pregiate». Pezzi unici di spille, fermacapelli o collane che ancora oggi al Leopold Museum celebrano l’estasi e la bellezza sensuale in seno al quotidiano. «La bellezza nella quotidianità – conferma – quella che ritrova nella figura di Emilie Flöge, al suo fianco fino all’ultimo». Fu lei ad aprire il celebre atelier al secondo piano della Casa Piccola in Mariahilfer Straße. Il salone non era solo sartoria, ma vero e proprio faro della vita culturale e dell'avanguardia viennese di inizio Novecento, progettato e arredato secondo i precetti della Wiener con mobili laccati, dettagli geometrici o specchi innovativi. «Il salone – aggiunge - era situato in un punto nevralgico di Vienna adiacente al Kunsthistorisches Museum, e l’arredo proveniva dalla Wiener Werkstätte, i cui esponenti progettavano abiti venduti alle mogli dei grandi imprenditori ebrei, che erano anche i committenti delle opere di Klimt. Mi riferisco ai Lederer, che acquistarono alcuni quadri dall’università, bocciati dalla commissione ministeriale che li trovò scabrosi».
Moser si aggiudicò la “Medicina”, Zuckerckandl e poi Block-Bauer la “Giurisprudenza”, ma nel 1938 il regime nazista confiscò le tele in seguito all’Anschluss per poi trasferirle a Schloss Immendorf. Qui l’8 maggio del ’45 le truppe delle SS in ritirata appiccarono il fuoco al castello e probabilmente le opere andarono per sempre distrutte. «I quadri bruciarono in un incendio doloso voluto dai nazisti». Restavano i servizi da tavola, gli oggetti-feticcio e l’arte come contaminazione della vita nel suo fluire: «Non ci si poteva esimere dall’avere il servizio di posate, i bicchieri, l’oggettistica: la bellezza doveva appartenere alla quotidianità, era questo l’imperativo». Creazioni per valorizzare il lavoro artigianale, dove «un solo oggetto arredava la casa» con la sua aura. Una sfilata, quella di Aquileia, che ha riportato in vita l’estetismo di Klimt e dei suoi seguaci attraverso pezzi unici realizzati con rigore filologico nel rispetto degli originali. «L’abito di Emilie Flöge è semplicissimo – osserva - una tunica sciolta, ma i tessuti si richiamano a quelli di un tempo. Lo stesso “Malerkittel”, l’abito da lavoro di artista di Klimt in lino, ha i decori sulle spalle realizzati osservando quello indossato in una foto da Gustav. Tessuti scelti appositamente per questi capi, già esposti in mostre come “Nel segno di Klimt”, accolta in Santa Chiara a Gorizia nel 2017. Una collezione che ogni tanto scegliamo di mostrare, in questo caso attraverso una sfilata». Un giorno dal baule fa capolino Klimt, ed ecco che torna a rivivere dalla sua Vienna d’inizio Novecento. Sprigionando con disincanto tutta la magia di colori e baci appassionati, per un’umanità distratta ancora intenta a farsi guerra.
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