A Gorizia Brachetti sale sul palco da “Solo” in un’esplosione di fantasia

A Gorizia Brachetti sale sul palco da “Solo” in un’esplosione di fantasia

IL TRASFORMISTA

A Gorizia Brachetti sale sul palco da “Solo” in un’esplosione di fantasia

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 14 Feb 2026
Copertina per A Gorizia Brachetti sale sul palco da “Solo” in un’esplosione di fantasia

Lo spettacolo è andato in scena al teatro Verdi nella serata di ieri registrando il tutto esaurito.

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Una scatola magica più del cappello del prestigiatore dalla quale scaturiscono ricordi e personaggi. Ha registrato il tutto esaurito lo strabiliante spettacolo “Solo – The legend of Quick-change” andato in scena al Verdi ieri – 13 febbraio – con la stella del trasformismo Arturo Brachetti. Che in barba all’età conserva intatta l’energia e la fantasia di un ragazzino e ha accolto il pubblico in una sorta di “casa di bambola”: «Benvenuti nella mia scatola», avverte nell’incipit prima di lasciar precipitare il pubblico in un turbinio di emozioni. Una magia che ha la potenza di un treno sulle montagne russe, dove alle ripide salite succedono vertiginose discese fra delizie e meraviglie. «Questa è la casa dei miei ricordi – rimarca – dei miei sogni, delle mie paure». Ciascuno la custodisce nell’intimo a racchiudere quella segreta parte del sé, a cominciare dal soggiorno, mostrato con una telecamera usata per spiare stanza per stanza.

«Quando ero piccolo ero appassionato di personaggi televisivi», racconta mentre d’un tratto balza sul palco l’incredibile Hulk a bagnare il pubblico con l’acqua. Tuta rossa e ingranaggi, dalla serie televisiva “Casa de papel” il protagonista spara una pioggia di soldi stampati giù in sala, subito trasformandosi in Mister Spock di Star Trek con maglia azzurra e pantaloni attillati. È un attimo, e Spock diventa Batman, che a sua volta si trasforma nella Signora Fletcher al ritmo incalzante della celebre sigla composta da John Addison. Top a spalle scoperte e gonnellina rossa, ecco comparire i boccoli spumosi di Wonder Woman, subito soppiantata dal bagnino in costume di Baywatch. Lampadina in bocca e cappotto pesante, dal palco ammicca poi Zio Fester degli Addams, dove Mano corre sulla parete verso il retropalco. Se Sherlock Holmes spia attraverso una lente, l’acchiappa fantasmi dei Ghostbusters spara stelle filanti sul pubblico con un trasformismo che solletica continuamente lo spettatore.

«Buonasera Gorizia! – saluta con viva energia Arturo –, Che piacere tornare nel vostro teatro! Nevica, lassù? – ammicca al pubblico in galleria – Da lì si vedono le Olimpiadi. Mentre qui davanti è ancora Natale: è tutto uno sbrilluccichio!». Ancora una volta la telecamera entra nella piccola casa in miniatura tanto simile a quella di “Beetlejuice”, portando alla mente lo spirito del ricordo: «La stanza del ricordo è il solaio – spiega – e dietro un sottile strato di polvere si nasconde una vera archeologia familiare». Dalle piastrelle di eternit degli anni Settanta al cugino Osvaldo smarrito nel passato, a riemergere con forza è il cappello del nonno col buco: «Adesso dovrai riempire il buco con la fantasia – ricorda le parole del nonno – per questo ogni tanto immaginavo di viaggiare intorno al mondo». Arturo-Guglielmo Tell diventa il Principe Harry e quindi Rossella O’Hara di “Via col vento”, sottolineando che «non è “Porta a Porta”, è “Via col vento!». «Devo un po’ ringraziare mio nonno – rivela - che mi obbligava a giocare con le cianfrusaglie, pomeriggi interi con le mollette da stendere». E a scrivere i “pensierini” insieme alla sua Ombra, dalla quale si separa mentre entra nella stanza da bagno: «A volte i miei genitori mi ci chiudevano, ma per me era un gran divertimento», ammette diventando un bebè col ciuccio in bocca nell’antipasto, fino al conto (salato) della morte.

Ma è entrando nella cameretta dell’infanzia che vengono alla luce i personaggi delle «fairy tales»: dal ventre del Lupo esce a forza Cappuccetto Rosso, oltre il tappeto volante di Aladino spunta la treccia di Elsa e quindi un’allegra Biancaneve a stendere la tovaglia a quadri, con l’uccellino che fa la popò. E ancora, a far capolino è il gigante buono Shrek seguito da Cenerentola, che con una scarpa gigante e scintillante da discoteca balla fra mille lustrini. Dalla scena degli sposi si scatena il temporale, a conclusione del quale scaturisce il pensierino 430 scritto da Ombra: “Non si può volare per sempre”. «Con la mia fantasia riuscirei a far volare persino le ombre», risponde ostinato Arturo introducendo il meraviglioso spettacolo di ombre cinesi. Dove via via fioriscono colombe, gatti, caprette e Tour Eiffel per poi scivolare nuovamente nei corridoi della casa in miniatura, originando il tempo di Magritte e le Quattro Stagioni di Vivaldi. Mentre una nevicata di coriandoli si porta via l’inverno, di colpo viene primavera con le celebri ninfee di Monet, sbocciate per incanto dalla carta insieme ai girasoli di Van Gogh. Al realismo di Ombra e dei suoi pensierini Arturo risponde con la creatività e l’invenzione: «Io voglio cantare e imparare, viaggiare, sognare – sottolinea quasi amletico - volare con la mia immaginazione. Si può immaginare tutto un mondo s’un foglio di carta bianca o in una valigia chiusa, persino con un minuscolo granello di sabbia».

Ecco che prende vita il commovente sand painting, dove sole, uccelli, nuvole e girasoli si animano al tocco delle dita di Brachetti, che conclude scrivendo la parola “Gorizia”. «Stasera vi ho fatto entrare nelle mie stanze – osserva - ora entro nelle vostre», assicura mentre Ombra riprende con la telecamera i volti nelle prime file. Un gioco di contaminazione del teatro nel teatro che lascia ancora spazio a Pavarotti, Elvis Presley, al “Yellow Submarine” dei Beatles o al “Non, je ne regrette rien” di Édith Piaf, e persino al “Titanic”, “Thriller” di Michael Jackson e “We are the Champions” di un sorprendente Freddie Mercury. «Ho riscoperto la vostra città – confessa nel salutare i goriziani – e oggi mi son fatto il tunnel dove uno ha le visioni senza canne», ironizza alludendo alla Dag. Al gioco di laser non può che seguire il pensierino numero mille, secondo il quale non è poi tanto male volare e «restare per sempre un po’ bambini». Perché la magia più grande è lo stupore e la meraviglia dell’infanzia, che con la sua potenza salvifica tiene sempre in vita il nostro cuore. (Foto, Rossana D'Ambrosio

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