Sanità a Gorizia sempre più povera, Comitato e politica chiedono «responsabilità»

Sanità a Gorizia sempre più povera, Comitato e politica chiedono «responsabilità»

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Sanità a Gorizia sempre più povera, Comitato e politica chiedono «responsabilità»

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 19 Feb 2026
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Affollato dibattito a San Rocco in Sala Incontro tra cittadini e consiglieri regionali. Il punto sulla situazione.

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Outsourcing. Con questa pratica il servizio sanitario cerca di sopperire alla mancanza di personale, sfruttando anche i cosiddetti “gettonisti” con costi significativi per la regione. Si è svolta nella serata di ieri – 18 febbraio – l’assemblea aperta “Quale futuro per i servizi sanitari goriziani?” per discutere sullo stato della sanità pubblica insieme ad alcuni consiglieri regionali. Invitati – ma assenti al dibattito - il sindaco Rodolfo Ziberna, l’assessore al Welfare Silvana Romano e il direttore di Asugi Antonio Poggiana. È stata in questa occasione che il Comitato per la Salute pubblica di Gorizia ha scelto di ricordare il compianto Giorgio Bisiani scomparso lo scorso Santo Stefano, presentandosi come neo-comitato “Giorgio Bisiani”: «Era determinato e rigoroso – ricordano Daniela Careddu e Miriam Bisiani di fronte alla gremita Sala San Rocco – e aveva solidità morale. Se non fosse stato per Giorgio non avremmo avuto tanta risonanza». Già raccolti 2285 euro da destinare alla nefrologia e dialisi in cui il tecnico si era speso, che verranno devoluti per l’acquisto di un ecografo. «Oltre alla tenacia - interviene Adelino Adami mostrando il cartello “Vendesi sanità pubblica, rivolgersi all’assessore Riccardi” ideato da Giorgio - vorrei ricordare la sua ironia». E nell’affrontare poi il tema scottante della serata il moderatore chiarisce: «Pensavamo a un confronto tra le rappresentanze locali e regionali perché siamo e saremo sempre trasversali - spiega - non intendendo essere la voce di nessun partito». Dal focus emergono le criticità della sanità isontina: a livello territoriale condensate intorno ad Asap, Casa di comunità, Ospedale di comunità, Nucleo gravi neurolesi e Centro di salute mentale, mentre in ambito ospedaliero imperniate intorno al Piano oncologico, all’Urologia e alla chirurgia del colon, oltre che alla Cardiologia UTIC e alla Dermatologia e Fisioterapia riabilitativa.

«La crisi interessa sia il territorio sia l’ospedale – prosegue – che sono i due capisaldi della sanità pubblica». Secondo il decreto ministeriale 77/2022 la Casa di comunità deve disporre di medici di medicina generale, pediatri e guardie mediche per 24 ore al giorno, sette giorni su sette, con una presenza infermieristica spalmata su dodici ore e sei giorni su sette. Con delibera 1420 del 17 ottobre 2025 le linee annuali di gestione del Friuli Venezia Giulia prevedono presentazione del target entro il 31 marzo: «Al momento non sappiamo nulla – commenta – e al 31 marzo non manca tanto. Abbiamo speso 33 milioni per trasferirci reparti che già sono presenti nell’altro ospedale: investimenti cospicui per non ottenere nulla». Altra nota dolente è il Piano oncologico, per il quale «manca trasparenza – sottolinea – e ne siamo venuti a conoscenza solo perché alcuni consiglieri hanno chiesto l’accesso agli atti». Nell’alludere poi all’urologia da dislocare a Cattinara: «L’amministrazione ha ripetuto che è un fiore all’occhiello ed è vero». Ma nonostante il numero di interventi superiore a quello di Cattinara, si prevede di trasferirlo a Trieste: «Cosa usiamo – domanda retoricamente -, due pesi e due misure? Gli ospedali “Hub” sono già con l’acqua alla gola, mentre gli “Spoke” verranno impoveriti e non saranno più attrattivi per i giovani medici. Se perdiamo la sanità pubblica togliamo un bene anche alle generazioni future».

Futuro incerto anche per la Cardiologia: «Verba volant scripta manent – ironizza – ma finora di scritto non compare nulla». Per non parlare della chirurgia del colon-retto, che ipoteticamente confluirà a Monfalcone nonostante a Gorizia sia praticata da anni. «Un discorso più intelligente sarebbe stato elevare la qualità dell’équipe – aggiunge – in maniera da lavorare allo stesso livello piuttosto che accentrare». A questa andrebbe affiancata una campagna informativa per gli screening oncologici, dei quali dovrebbero in primis farsi carico i medici di base ormai ridotti ai minimi termini. Nodo della questione è però la Deliberazione numero 1965 del 23 dicembre 2021, secondo cui le due sedi Asugi di Gorizia e Monfalcone «operano in modo integrato fra loro e la maggior parte delle funzioni, pur assegnate a una sede principale, assicurano parte dell’attività anche nell’altra sede». È l’atto aziendale a definire la sede principale per ciascuna funzione. «Dobbiamo uscire dall’ottica della conflittualità tra Gorizia e Monfalcone – ribadisce – in quanto entrambi verranno sottomessi a Trieste». In assenza degli invitati viene comunque letta la richiesta di convocazione di un Consiglio comunale per chiarire strutture e funzioni dell’ospedale di Gorizia, oltre che organizzazione della Casa di comunità, trasferimento di RSA e Nucleo cerebrolesi. «Mi trovo d’accordo con Adelino – prende la parola la consigliera regionale Rosaria Capozzi – in quanto il tema della sanità non dev’essere partitico, ma trasversale». Dati alla mano, i medici di medicina generale di Asugi sono 137, con 132 aree scoperte e centinaia di cittadini privi di medico di base.

«Le motivazioni stanno nella grave mancanza di programmazione – precisa – in quanto i futuri pensionamenti erano prevedibili». Sui pensionamenti pesa poi la mancanza di turnover per scarsa attrattività e il ritmo incalzante: «I medici lavorano in condizioni eroiche – osserva – che non sono conciliabili con la famiglia. La risposta si è avuta con misure tampone emergenziali. L’altra settimana dovevamo votare per assumere medici in quiescenza, mentre la soluzione dovrebbe essere un’inversione della tendenza». «A Trieste e a Udine siamo riusciti ad aumentare i posti – interviene il consigliere ed ex rettore Furio Honsell – coprendo sempre numeri. Ma come si può attrarre professionisti se mancano attrezzature e organizzazione che consentano una carriera stimolante?». Una mancanza di valorizzazione che si riflette a cascata sulle dimissioni: «Molti che avevano l’orgoglio di lavorare per il pubblico oggi si dimettono preferendo strutture private. Ma i bilanci con i gettonisti delle Asap come sono? Non ci sono soldi, per riempire gli ospedali di comunità né la COT. Il difetto del PNRR è che non ha posto le basi per assumere. E poi c’è il problema dell’opacità, che permette alle strutture di adempiere ai passaggi burocratici, ma lascia spazio all’improvvisazione. Uno dei motivi per cui ho votato contro il Piano è che era talmente generico da non chiarire come i pazienti venissero seguiti». Concorde la consigliera Laura Fasiolo, che considera la tavola rotonda «una visione comune». «La sanità sta scivolando verso il precipizio – riflette usando la metafora della pallina sul piano inclinato – con un movimento uniformemente accelerato.

Quando presentai l’interrogazione sulle Asap e la mozione per il loro superamento fu bocciata con ironia, ma quello che è sconclusionato è il Piano oncologico: la suddivisione fra “Spoke” e “Hub” non comporta una sudditanza dell’una sull’altra». Una regione come la nostra dove si contano ben 2643 dimissioni volontarie spalmate su cinque anni, con Gorizia che ne annovera 671. «Come medico oncologo ho partecipato alla nascita della rete oncologica – racconta la consigliera Simona Liguori – partecipando alla stesura del Piano. Nessuno sano di mente vuole operare un cancro in un ospedale territoriale, ma è stata tolta la chirurgia della mammella a Tolmezzo e a Latisana. Gli stessi medici delle comunità scientifiche come l’Associazione chirurghi oncologi raccomandano ad Agenas di non ridurre alla morte gli ospedali territoriali, ma valorizzarli». A intervenire è infine il consigliere Massimo Moretuzzo: «Credo che questa sia una serata importante – specifica – perché si sono toccati argomenti centrali con professionalità». E nel riportare la mancata votazione del 15 gennaio in aula precisa: «C’era la possibilità di riassumere medici in quiescenza, ma la Meloni non aveva votato la proroga. Due giorni prima, a Codroipo, hanno dovuto chiamare i carabinieri perché le persone non hanno medici di base e sono inferocite, mentre noi siamo stati a discutere di un emendamento fantasma. Tutto questo è avvilente. Il taglio della senologia di Tolmezzo si traduce solo in impoverimento. Serve responsabilità – conclude - anche nella scelta della figura apicale del servizio sanitario».  (Foto, Rossana D'Ambrosio)

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