le reazioni
Assoluzioni nel caso Enukidze, Pagotto e Facchin richiamano a nuove soluzioni
Il sindaco di Gradisca richiama la necessità di fare chiarezza sulla vicenda. Possibile attacca il sistema dei centri di permanenza e ne chiede la chiusura.
A poche ore dalla sentenza che ha assolto in primo grado Simone Borile e Roberto Maria La Rosa per la morte di Vakhtang Enukidze, avvenuta nel gennaio 2020 all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca d’Isonzo, arrivano le prime reazioni dal mondo politico locale.
Da una parte il sindaco di Gradisca d’Isonzo, Alessandro Pagotto, che sottolinea l’importanza dell’esito processuale sotto il profilo dell’accertamento dei fatti, pur senza dimenticare la tragedia umana che sta all’origine della vicenda.
«È importante che si sia fatta chiarezza sulla vicenda e sulle responsabilità entro i termini di prescrizione» osserva il primo cittadino. «Rimane il dolore per la giovane vita spezzata e la convinzione dell’inadeguatezza di queste strutture».
Una posizione che richiama un tema più volte affrontato dall’amministrazione comunale negli ultimi anni, quello della presenza del Cpr sul territorio gradiscano e delle criticità che ne hanno accompagnato il funzionamento.
Di segno diverso, e decisamente più critico, il commento di Alessia Facchin, consigliera comunale e portavoce di Possibile Gorizia, che pur dichiarando di rispettare le valutazioni della magistratura evidenzia come, a suo avviso, la sentenza non chiuda le questioni aperte sul piano politico e morale.
«Apprendo con profonda amarezza l’esito del processo per la morte di Vakhtang Enukidze» afferma. «Al di là delle valutazioni giudiziarie, che vanno rispettate, resta una verità politica e umana impossibile da ignorare: un uomo è morto mentre era sotto la custodia dello Stato all’interno di una struttura che da anni è al centro di denunce, proteste, ispezioni e segnalazioni riguardanti le condizioni di trattenimento, l’assistenza sanitaria e la tutela dei diritti fondamentali».
Per Facchin restano inoltre «interrogativi pesanti» che continuano a coinvolgere le istituzioni e l’opinione pubblica. Secondo l’esponente di Possibile, l’assenza di responsabilità penali accertate «non cancella le responsabilità politiche, amministrative e morali di chi continua a difendere un sistema che si è dimostrato incapace di garantire pienamente sicurezza».
La consigliera definisce la morte di Enukidze «una ferita ancora aperta» e «il simbolo del fallimento di un modello che priva della libertà personale persone in detenzione amministrativa», sostenendo che i centri di permanenza per il rimpatrio siano luoghi che troppo spesso producono «sofferenza, tensione, autolesionismo e violazioni dei diritti».
Da qui la richiesta avanzata da Possibile Gorizia di procedere alla chiusura del Cpr di Gradisca d’Isonzo e di superare l’intero sistema dei centri di permanenza per il rimpatrio a livello nazionale. «La memoria di Vakhtang Enukidze merita verità, giustizia e il coraggio politico di riconoscere che i Cpr non sono la soluzione: sono parte del problema» conclude Facchin.
La sentenza pronunciata dal giudice Francesco Scifo ha chiuso il processo di primo grado a oltre sei anni dai fatti. Resta però aperto il dibattito politico sul ruolo e sul futuro della struttura gradiscana, tema che continua a dividere amministratori, associazioni e forze politiche del territorio.
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